Ho iniziato a scrivere questo romanzo nel 2018, quando è nato il mio secondo figlio. Oggi, otto anni dopo, esce L’amore o l’arte della manutenzione della bicicletta. È pubblicato da Bompiani e… forse è ovvio dirlo, ma ne sono felice. E anche un po’ spaventato.
Ogni romanzo contiene una storia, e questo è abbastanza scontato. Ma in questo caso, per me, è importante anche la storia che in quelle 272 pagine non viene raccontata. Quella che parla di come mi sia saltato in mente di imbarcarmi in un’impresa come questa e di come, per una volta, sia riuscito ad arrivare fino in fondo. Dico sempre che se avessi voglia di parlare di me non mi prenderei il disturbo di scrivere storie d’invenzione, come ho fatto anche in questo caso. Ma forse vale la pena di condividere qualche piccolo fatto che ha accompagnato le molte stesure di questo testo. Più che altro, condividere le cose che ho imparato.
Dire fanculo
Il 2018 è stato un anno speciale. Oltre a scrivere la prima riga di questo romanzo, ho iniziato a riprendermi il mio tempo.
Prima mi lamentavo perché non riuscivo a scrivere; ero arrabbiato perché vedevo i miei bambini solo la sera, quando ero stanco morto e loro si stavano già addormentando. Non andavo in bici, non viaggiavo, non suonavo quanto avrei voluto. La mia esistenza era confinata nei weekend e nelle brevi vacanze estive, in cui dovevo sorridere nelle foto e non farmi sorprendere a passeggiare cupo sulla spiaggia. Il lavoro mi toglieva l’ossigeno, decideva per me tempi e luoghi e non mi dava in cambio che un poco di denaro.
Non penso che lavorare tanto sia per forza sbagliato. Sbagliato è buttare il tempo in attività che non ci portano più avanti, più in alto, più nel profondo. Attività che non ci fanno sentire vivi e valorizzati, che non esprimono le nostre potenzialità e i nostri slanci.
Volevo dare spazio alla mia creatività, fino ad allora relegata a un fastidioso pungolo da inquadrare in qualche hobby della domenica. Volevo veder crescere i miei figli. E, a dirla tutta, volevo anche levare le tende dalla pianura affollata e cementificata in cui vivevo. Avevo bisogno di spazio e di silenzio. Di tempo vuoto, perché è nel vuoto che ho sempre trovato la strada giusta.
Ci sono momenti in cui un essere umano deve dire: Fanculo! E io l’ho detto. All’inizio così piano che sembrava quasi una domanda, poi sempre più convinto.
Vedere le opportunità al posto degli ostacoli
Ho lasciato il lavoro, anche se dopo anni di esperienza mi era stata offerta la possibilità di fare un salto in avanti. “Di crescere” come si dice oggi per evitare l’imbarazzo della parola “promozione”. Ho iniziato a investire tempo nei progetti che avevo in mente, nell’incertezza più totale. È stata dura perseverare mentre il conto in banca dimagriva.
Ho lasciato la mia città per la montagna. Ho rivisto la gerarchia dei miei bisogni. Non che basti cambiare scenario per cambiare davvero, ma il punto è che ho smesso di credere immutabili cose che non lo sono. Si può cambiare. Si deve.
La cosa più bizzarra? Finché ero un ragazzo senza particolari vincoli non me lo ero mai sognato. Lavoravo, studiavo per essere più appetibile nel mio ambiente di lavoro, facevo quello che gli altri si aspettavano da me. E, come ho detto, mi lamentavo. Sempre. Nemmeno io mi sopportavo più.
Perché abbia fatto questo salto proprio quando avevo due figli piccoli, non me lo so spiegare. Di certo è scattato qualcosa. Click. Mi sono accorto che ragionavo per ostacoli, non per opportunità. Così, ad esempio, ho deciso di prendere un congedo parentale, al posto di lamentarmi di non poter stare con i miei figli. Ho rimesso a lucido le mie biciclette e comprato un rimorchio per portarli in giro, invece di imprecare nel traffico. E, invece di lamentarmi di non avere il tempo di scrivere, ho allestito una minuscola scrivania nell’angolo umido della camera da letto, ho acceso il computer e ho iniziato il mio romanzo con queste parole:
Cinque soldati aspettano in silenzio. Si nascondono dietro la siepe che delimita il parco giochi, nel cortile dell’istituto Santa Marta.
Filippo cammina da solo lungo la recinzione, col suo passo sbilanciato sulla destra; canta Uno su mille e batte le mani. Ondeggia la testa a ritmo, gli occhi al banco di nuvole grigie che senza preavviso ha spostato il cielo più vicino.
Poi mio figlio si è svegliato e ho interrotto. Gli ho cambiato il pannolino. Ne avevo iniziate altre, di storie. Ma – allora non lo sapevo – questa l’avrei portata fino in fondo.

Qualcuno che ci creda fa comodo
Vorrei potermi vantare di aver fatto tutto da solo. Certo, ero io a sparire durante le pause pranzo, al lavoro, per scrivere in ogni spazio possibile. Perfino in bagno, se c’era un’urgenza – narrativa – improrogabile. Ero io a pedalare a tutta velocità, d’inverno, per arrivare in tempo alle bellissime lezioni di scrittura creativa di Raul Montanari. Ero io a camminare cupo sulla spiaggia, durante le due settimane di vacanze estive, facendo il conto alla rovescia: “Meno tre. Ho ancora tre giorni per farmi venire un’idea per uscirne.”
Ma senza l’incoraggiamento di Laura, che ha condiviso questi cambiamenti, non sarebbe stato possibile avere il piacere immenso di buttare tutto per aria e ricominciare da capo. In una famiglia bisogna far combaciare sogni, aspirazioni, progetti e stati d’animo come in un puzzle che muta in continuazione. Fino adesso siamo stati piuttosto bravi, anche se di tanto in tanto ci sfugge quale sia, esattamente, il quadro che stiamo raffigurando. Ma è poi così importante?
I maestri sono importanti
Un incoraggiamento sul proprio lavoro, ogni tanto ci vuole. È quella cosa che ti fa superare i momenti di scoraggiamento, quando vorresti buttare nel cestino l’intera cartella e andare anche tu a farti un aperitivo come la gente normale. In quei momenti, a salvarti è pensare a chi ti ha detto che il tuo lavoro vale la pena di essere letto. A maggior ragione se a dirlo sono persone che di scrittura ne capiscono più di te. E allora io ringrazio, tra gli altri, i maestri che mi hanno letto e incoraggiato: Raul Montanari, Mario Mucciarelli e Bruna Miorelli. E le persone che hanno letto il manoscritto e non l’hanno cestinato.
Ecco un’altra cosa che ho imparato. A meno che tu non sia Jimi Hendrix, Jack London o Vincent van Gogh, una buona scuola ti aiuta molto.
Ma quindi, questo libro?
Lo so, dovrei parlarvi del libro, dei suoi personaggi, della storia, e invece vi sto raccontando di me. Ma otto anni sono tanti. Io e questo romanzo siamo cresciuti insieme, la nostra è una vicenda di slanci e battute d’arresto, di speranze e soprattutto di attese. Lunghe.
Quando ho iniziato a scrivere quella prima pagina mi sentivo costretto, soffocato. Avevo in mente un personaggio, e lo volevo libero. Così ho pensato che Vittorio Fuggi dovesse vivere in un camper, solo, senza vincoli. Ho voluto che suonasse la batteria la mattina presto, sulla riva del Ticino.
Lo so, è un’idea un po’ strana di libertà. Infatti… Per un po’ Vittorio è riuscito a ingannarmi, ma ho capito abbastanza in fretta che la sua era una libertà di facciata, la sua solitudine una fuga. E allora sono nate le domande: da cosa fugge? Perché? Ed è stato rispondendo a queste domande che sono venuti al pettine i nodi del suo passato. È stato bello, quasi come un’amicizia, seguirlo mentre affrontava momenti difficili e vederlo, in qualche modo, goffo e bizzarro come lui, trionfare.
Un’altra cosa buffa? Mentre costruivo la vicenda di questo personaggio, silenziosamente, lui influenzava la mia. Me ne sono accorto molto tempo dopo, realizzando di aver comprato un camper e di aver iniziato a suonare la batteria, anche se con risultati deludenti. E mentre lui accettava che qualche vincolo lo salvasse da una libertà sterile e distruttiva, io mi liberavo di catene che mi stringevano al collo e imparavo a non essere, sempre e per forza, quello che gli altri si aspettavano da me.