Kevin e le altre storie che non scriveremo mai

Qui in Appennino, un tizio biondo in infradito lo noti subito. Soprattutto se sono le otto di lunedì mattina e ti saluta mentre passi per la strada.

La giornata era partita male, per me. Fantozziana. Erano settimane che mi organizzavo per avere qualche giorno libero per scrivere. Avevo sistemato tutto: figli, galline, orto, altri lavori in sospeso. Avevo perfino ripulito il camper, per farne un ufficio decente. Avevo scelto il posto: uno spiazzo in mezzo al bosco ai piedi del monte Cusna, dove si arriva solo con una sterrata. Niente illuminazione, niente campo per i telefoni, niente persone.

Per farla breve, sono arrivato di domenica sera, l’aria rinfrescava e mi sono detto: ci vuole proprio una tisana calda. Ma la tisana non l’ho bevuta perché il gas era finito, la bombola era vuota. Ho passato la notte al freddo, a rigirarmi nelle coperte e a maledirmi. Stamattina, ancora incosciente, mi sono detto: ci vuole proprio un caffè caldo.

Ma torniamo allo straniero, il biondo. Mi saluta mentre mi fermo davanti al minimarket per cambiare bombola. Poi, visto che non ho potuto farmi un caffè appena sveglio, vado al bar del paese e lo ritrovo lì. Cerca di attaccare bottone con tutti. La gente (due persone in totale) gli sorride, lo conosce. Ma lui parla un italiano stentato e la gente (ecco, ne è arrivato un terzo) non parla inglese. Allora si arrende e inizia a guardare reel a raffica su Instagram, a volume alto. Più che altro contenuti polemici su questioni politiche. Commenta, sottolinea con qualche vocalizzo.

Mi siedo a un tavolo di distanza da lui con il mio cappuccino, e quando gli scappa uno starnuto dico “Bless you!” Faccio il figo, sono curioso. Allora parliamo un po’.

Kevin è australiano, ma non è qui di passaggio.

“Dove vivi?” chiedo.

Lui indica vagamente l’altro lato della strada.

“Quella casa?” chiedo.

“No, tutte.”

Insomma, si è comprato tutte le case dall’altro lato della strada. Mi spiega che il governo australiano si mangia tutti i suoi soldi in tasse. I suoi sono ricchi. Così si è comprato queste case, e adesso sta qui. Sono nove mesi che sta qui.

“Prima stavo sull’oceano” dice con un gesto ampio. “Surf, spiagge, vento…”

Siccome lo so cosa vuol dire stare qui, gli dico che è strana la sua scelta. Con tutti i posti in Italia, qui non c’è proprio niente, non c’è nessuno. Cosa ci fa qui con quell’abbronzatura, quei ciondoli d’osso e quella voglia matta di fare conversazione?

Lo vorrei sapere, ma non lo saprò mai. Perché lui ha ricevuto una notifica, io devo tornare al mio ufficio mobile rifornito di gas e scrivere ciò che devo scrivere. Eppure, penso, questa storia la dovrei ascoltare. Sapere cosa c’è davvero da sapere di quest’uomo, i suoi soldi in eccesso, la sua solitudine stonata. Mi ha detto che ha viaggiato per il mondo. Che ha una figlia in Inghilterra. Che sua moglie è morta.

Questa è una storia che non racconterò, e mi dispiace. Ripenso al mio podcast “Preferisco il rumore del mare”. Anche lì, ho delle storie ferme in porto, e ancora non le ho fatte sbarcare. Come quella donna che vive sola in Amazzonia. O quel ragazzo che abitava vicino a me, alle porte di Milano, che ha mollato tutto e ora abita vicino a me, in una valle adiacente. Uno che non ho mai incontrato prima, ma che davvero vorrei conoscere.

Ogni storia persa mi toglie un po’ di fiato, mi lascia con fame e sete. Ma c’è da vivere, aggiustare, curare. C’è da fare la dichiarazione dei redditi, spaccare la legna, sigillare il box doccia.

Che fine fanno le storie che non raccontiamo? Come facciamo a sapere cosa stiamo perdendo davvero? E perché diavolo non abbiamo più tempo, più energie creative, meno incombenze inutili a rubarci il tempo, e le storie?

Rispondi