Martedì

La prima volta che la vidi era un martedì di gennaio. Non era ancora spuntato il sole e pedalavo lungo il Naviglio della Martesana, alle sei e un quarto del mattino. Mi restavano da fare venti chilometri per arrivare al lavoro e tenevo alto il ritmo, il tachimetro digitale segnava 38 km/h. Vapore dalla bocca e dalle narici.

Perché quando fai una vita di merda devi pur trovarti un diversivo. Sei rinchiuso in fabbrica dalle otto alle cinque, schiavo del mutuo che ti ha aperto le porte di un monolocale da scapolo, nella provincia cementificata, terzo piano, vista sul cimitero comunale d’estate e nebbia d’inverno. Ma prima e dopo aver timbrato il cartellino ti rifiuti di pressarti dentro qualche metropolitana, o di intrupparti nella fogna di lamiere e bestemmie dell’ora di punta. Se devi soffrire, almeno soffri da eroe.

Pedalavo nella foschia sullo stesso percorso di sempre, ma anche diverso, perché quel giorno ero in anticipo di un quarto d’ora. Colpa dell’insonnia. Colpa dei tunisini del piano di sopra, che avevano l’abitudine di organizzare risse alcoliche sul finire della notte, prima di abbandonarsi al sonno dei giusti al sorgere del sole. E quando un pendolare cambia orario, cambia anche la luce e il paesaggio umano.

La ragazza correva in direzione opposta alla mia, a cento metri di distanza, all’uscita di un sottopassaggio dove la ciclabile si biforca ai due lati di un pilone. Indossava un impermeabile azzurro che rifletteva la luce gialla dei lampioni e le arrivava alle ginocchia. Frenai un poco e avvicinandomi la guardai meglio. Una treccia castana spuntava dal cappello di lana rossa, anche quello troppo grande, e le ricadeva sulla spalla destra. Quel poco che emergeva di lei, tra il bavero del giaccone e il cappello, erano due occhi larghi e due guance scavate, così pallide nonostante la poca luce. Poteva avere vent’anni, forse meno.

Dopo averla superata mi girai per poterla guardare ancora. Aveva gambe e caviglie sottili come non ne avevo mai viste in un essere umano. Correva di buon passo e mi chiesi come facesse a non spezzarsi, esile com’era. Eppure, nella sua magrezza estrema, nonostante l’impossibilità di intuirne le forme sotto a quell’impermeabile, qualcosa di lei mi attraeva. Pensandoci ora, doveva essere colpa di quella treccia, fine come una spiga. Un particolare che mi ricordava il mio primo amore, tutt’oggi l’unico a dire il vero. Si chiamava Gaia, una ragazza di Genova che si trovava in vacanza al mio paese di origine, su in Trentino. Avevamo quindici anni. Profumo di shampoo Pantene Pro-V, vestiti disseminati in un campo di grano, io e te insieme per sempre. Poi più niente.

Pensai alla ragazza con l’impermeabile per tutto il giorno, mentre lavoravo, e nella mia testa girai un paio di film. Nel primo, molto hollywoodiano, la salvavo tuffandomi nelle acque del Naviglio. L’adagiavo sulla riva, le accarezzavo i capelli bagnati mentre lei mi tirava a sé dicendomi che mi amava. Il secondo film, francese, si chiudeva con un’interminabile ripresa in soggettiva. Il protagonista camminava a lungo nella foschia, alle spalle di una ragazza, fino a raggiungerla e a toccarle una spalla. Lei all’inizio si spaventava, poi sorrideva e allargava le braccia per farsi stringere. Cambio di inquadratura, bacio francese.

Ero davvero di buon umore quel giorno; il lavoro non mi pesava, sorridevo perfino. I colleghi mi guardavano in modo strano, facevano battute sul fatto che a quanto pareva mi ero trovato una ragazza, anche se non avevo raccontato niente a nessuno.

Dal giorno dopo, insonnia o meno, iniziai a partire con un quarto d’ora d’anticipo nella speranza di rivederla. Lei però non c’era. Insistetti per una settimana, finché non scoprii che la ragazza andava a correre sul Naviglio solo di martedì. E siccome non conoscevo il suo nome iniziai a chiamarla così, durante i miei lunghi monologhi a pedali.

La avvistavo da lontano, mettevo un rapporto leggero per far vedere che pedalavo e intanto rallentavo il più possibile. Di settimana in settimana mi facevo più audace. Le passavo sempre più vicino, sempre più lento. Aspettavo l’occasione giusta, un pretesto per iniziare una conversazione, ma Martedì guardava sempre fisso davanti a sé. Pensai che ero troppo imbranato, troppo vecchio. Avevo solo trent’anni, ma forse trent’anni erano tanti.

Arrivarono la primavera e la luce del giorno, ma a parte questo non cambiò niente. Non solo perché non ero ancora riuscito a parlarle, ma nel senso che, anche se faceva più caldo, Martedì continuava a correre con quel cappello di lana e con quell’impermeabile azzurro, mentre io ero già passato al completo da ciclismo corto. Il suo passo era sempre serrato, sentivo il suo respiro deciso quando le passavo accanto. Le scoprii delle venuzze azzurre intorno agli occhi e imparai a riconoscere le piccole contrazioni del viso, dovute alla fatica e a una specie di ostinazione che non capivo.

Cercai di parlarle e un giorno di aprile quasi ci riuscii. Staccai una mano dal manubrio, le feci un cenno di saluto, ma vidi il suo pallore infuocarsi di disagio e scappai via. Ci mancò poco che andassi a sbattere contro il pilone del sottopassaggio.

Martedì era diventata un tormento nelle notti in cui mi raggomitolavo sul limite del materasso pensando a lei, a quelle venuzze azzurre che di certo doveva avere anche sui seni. Mi sentivo ridicolo. Un ragazzino delle medie. Ma la mia non era solo timidezza, era anche timore di perdere un amore di fantasia in cambio di una realtà che intuivo poco felice.

Con l’avvicinarsi dell’estate sulla ciclabile si incontravano sempre più persone. Anziani col cane, infartuati in riabilitazione, podisti con maglie fucsia e scarpe giallo fosforescente. C’era ormai molta luce a quell’ora del mattino e la vegetazione era ricresciuta ai lati del tracciato.

La prima settimana di giugno il passo di Martedì mi sembrò improvvisamente stanco. La sua corsa sul punto di fermarsi per mancanza di energie. Ma quando le passai accanto trovai la stessa espressione di sempre, lo sguardo fisso sul selciato.

Decisi di farmi avanti. La settimana dopo partii da casa con il mio completo da ciclismo preferito, quello nero coi bordi rossi; lavai la bicicletta e lubrificai la catena. Lei però non c’era. Mi fermai all’imbocco del sottopassaggio e mi guardai intorno, come se potesse essersi nascosta da qualche parte. Ripartii piano, pensando che Martedì fosse in ritardo sul suo percorso, ma non era così.

La sua assenza mi mandò in crisi. Al lavoro passai l’intera giornata sospirando e mordendomi il labbro. Cercai di farmi coraggio, pensando che la settimana seguente di certo l’avrei rivista. Invece non la rividi. Come potevo essere così triste per una persona che non conoscevo nemmeno? Mi maledissi, perché per la prima volta dopo quindici anni avevo trovato qualcosa che somigliava ai brividi che avevo sentito da ragazzino, in quel campo di grano. E l’avevo perso.

L’ultimo martedì di giugno pioveva. Io pedalavo con rabbia, talmente fradicio che non evitavo più nemmeno le pozzanghere. A trecento metri dal sottopassaggio vidi una sagoma azzurra, luccicante di pioggia. Accelerai invece di rallentare, volevo essere sicuro. Era lei! Era tornata.

Durante il mese di luglio ci fu un caldo da record. Martedì correva ancora con quell’impermeabile e tutto il resto. Sembrava essere parte dell’allenamento, o di qualunque cosa stesse facendo a se stessa. La sua corsa si era appesantita, ma lo sguardo restava severo. Se possibile, mi pareva ancora più magra di prima e mi dava l’idea che potesse scomparire da un momento all’altro, lasciando sul selciato un impermeabile e un cappello di lana.

Ora basta: dovevo parlarle. Ad agosto la fabbrica avrebbe chiuso per le ferie estive e non volevo rischiare di perderla di nuovo di vista. Avrei fatto inversione, l’avrei affiancata e le avrei sorriso. Non avrebbe potuto ignorarmi.

Mi fermai un chilometro prima del sottopassaggio per darmi una sistemata. Mi passai una salvietta umidificata sotto le ascelle e ingollai un paio di Mentos. Mi aggiustai le protuberanze nel pantaloncino aderente. Ripartii piano, per non sudare di nuovo.

Quando arrivai a duecento metri dal sottopassaggio smisi di pedalare, strinsi il manubrio tra le dita e cercai di mettere a fuoco quel che stava succedendo. C’erano tre persone con le divise catarifrangenti che si davano da fare intorno a un corpo. Un’ambulanza aspettava sulla strada, poco lontano. Una signora con un cellulare in mano ciondolava a pochi metri da loro. Arrivai appena in tempo per vedere la barella sollevarsi da terra, un lembo dell’impermeabile finalmente aperto che penzolava, le forbici che tagliavano la maglietta. Vidi un lampo del suo addome nudo: le costole a fior di pelle e nessuna traccia delle venuzze azzurre là dove le avevo immaginate.

Monica, mi senti?” disse uno degli operatori.

Sì.”

Quel giorno seppi il suo nome, sentii la sua voce, vidi il suo seno. Feci l’ultimo errore: restai in disparte, non chiesi niente a nessuno. Non raccolsi nemmeno il cappello rosso, dimenticato sul ciglio della ciclabile. Quando mi decisi a cercarla, negli ospedali della zona, nessuno poteva darmi informazioni.

Dove avrei dovuto cercarla, poi? Rianimazione? Medicina generale? Psichiatria? Fui obbligato a fare delle ipotesi, ripensai a quella sua assenza di poche settimane prima, al suo passo sempre più pesante e al suo corpo sempre più leggero. Al suo sguardo duro e fragile come un cristallo.

Sono passati quasi due anni. Pedalo più veloce di prima, gli occhi fissi alla ruota davanti. Più il vento mi soffia contro e più forza ci metto. Rallento solo quando mi avvicino al sottopassaggio, spero. Non ho mai smesso di farmi trovare là, la mattina presto, di martedì.

via Martedì (racconto di Andrea Genzone)

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