Libri che leggo io: L’agenda ritrovata, sette racconti per Paolo Borsellino

Ho chiuso “L’agenda ritrovata, sette racconti per Paolo Borsellino” ed è stato come tornare da un viaggio. L’itinerario del libro è lo stesso che gli amici dell’Associazione Culturale l’Orablù hanno fatto sul serio, in bicicletta, attraverso la nostra controversa Italia. Ma i viaggi fatti di parole, quelli racchiusi tra le copertine di certi libri, nascondono un’insidia in più: dietro l’ultima pagina c’è un vuoto che può dare le vertigini. Non hai nemmeno una valigia da svuotare, o un amico da abbracciare. Nessun rito di passaggio per tornare alla tua vita di prima.

Partiamo dall’inizio. “L’agenda ritrovata” è anche il nome di una ciclostaffetta che ha preso il via lo scorso 25 giugno da Milano e che oggi, 19 luglio 2017, terminerà a Palermo. Sulle ruote sottili di una bicicletta viaggia un’agenda rossa, identica a quella che Paolo Borsellino aveva con sé quando venne ucciso dalla mafia (dallo Stato, non si stanca di gridare suo fratello Salvatore), insieme agli agenti della sua scorta. Era il 19 luglio di 25 anni fa e l’agenda originale sparì quel giorno, insieme alle verità scomode che con ogni probabilità conteneva. Con questa iniziativa l’Associazione Culturale l’Orablù ha deciso di attraversare l’Italia da nord a sud, a zig zag, nel tentativo di ingarbugliare un filo rosso tra la gente pronta a cambiare, che non è disposta a dimenticare, a rinunciare ad uno Stato onesto e pulito.

Per questo “L’agenda ritrovata, sette racconti per Paolo Borsellino”, pubblicato lo scorso giugno da Feltrinelli e curato da Gianni Biondillo e Marco Balzano, è molto di più di una buona raccolta di racconti. Anche il libro attraversa l’Italia, sulle parole di sette autori rappresentanti delle diverse regioni attraversate dalla ciclostaffetta. I racconti sono molto diversi tra loro, nello stile quanto nei contenuti, e restituiscono l’immagine di un paese complesso, diseguale. Eppure vi sono elementi, temi che ricorrono e che vanno a ricucire quella che sembra somigliare a un’identità collettiva: le verità nascoste, la legge calpestata, la connivenza dello Stato e della gente comune, la ribellione di uomini e donne che alzano la testa e spesso muoiono per questo. E poi c’è, in ogni racconto, quell’agenda rossa che fa da testimone.

Niente paura: non mi metterò a fare il critico letterario di autori tra i migliori d’Italia. Vi porterò solo la mia esperienza di lettore-viaggiatore. Chissà che non venga anche a voi voglia di partire…

agenda rossa di paolo borsellino

Leggendo il primo racconto mi ritrovo a casa, in Lombardia. In una lunga lettera alla scrittrice Evelina Santangelo, che risponderà dalla Sicilia alla fine del libro, Helena Janeczek racconta di luoghi in cui per anni ho vissuto, lavorato, sognato di andarmene. Nomi scontati per me, quotidiani, quasi grotteschi: Lonate Pozzolo, Legnano, Gallarate… Luoghi in cui la mafia esiste eccome. Intimidisce, comanda, uccide, anche se nessuno sembra volersene accorgere. La stampa locale, la cui cronaca accompagna il racconto, vorrebbe denunciare ma è costretta a limitarsi a vaghe allusioni perché non può permettersi di sostenere processi e intimidazioni.

Poco più a sud, in Emilia Romagna, Carlo Lucarelli intesse le vicende di una giovane magistrata che nel 1992 scopre una storia di tangenti e fondi neri. Una giudice “bambina” che rischia la vita per portare a galla verità scomode, nomi importanti, ma presto si accorge che non è così semplice: chi le ha passato le informazioni, così come il suo più stretto collaboratore, scompaiono in circostanze oscure. Ma forse non tutto è perduto: c’è un giudice, in Sicilia, che può aiutarla. Uno con la schiena dritta, con le competenze e il coraggio necessari. Si chiama Paolo Borsellino.

In Toscana, Vanni Santoni mi invita ad un rave sugli Appennini. Una ragazza curiosa e caparbia trova qualcosa di strano, sepolto lassù, qualcosa che vorrebbe denunciare. Ma non trova nessuno disposto ad ascoltarla e deve fare tutto da sola se vuole che la verità venga in superficie. Si scontrerà con altre forze, più grandi di lei, che cercheranno di metterla a tacere affinché ciò che è insabbiato rimanga dov’è.

Volto pagina e mi ritrovo a Roma, accompagnato da Alessandro Leogrande. Nell’ufficio austero di un ex ministro, uno che negli anni delle stragi c’era e che forse sa molte cose, sperimento la frustrazione del non ricevere risposte. La voce narrante pone delle domande, ma l’ex ministro accarezza un’agenda rossa sulla sua scrivania e le elude una a una, ostinatamente, fino a far mancare il fiato.

Lascio Roma e arrivo nelle strade di Napoli, di notte. Diego De Silva descrive una città pericolosa e allo stesso tempo capace d’amore, dove un ragazzo dei Quartieri che non può farsi vedere in giro e un’arredatrice d’interni in pigiama decidono di dare una svolta alle loro vite. Due personaggi che non avrebbero potuto incontrarsi, e forse esistere, altrove.

Nella Calabria di Gioacchino Criaco faccio la conoscenza di un carabiniere di Africo braccato dal suo passato, dai retaggi della sua terra d’origine. Non serve fuggire all’estero, cambiare identità: il protagonista non ha altra scelta che tornare al punto di partenza e affrontare il proprio nemico. È pronto a morire ma non morirà, perché il nemico è altrove.

Infine in Sicilia, terra delle mie stesse origini, Evelina Santangelo risponde alla lettera di Helena Janeczek e racconta il suo crescere in una famiglia perbene laddove essere perbene non è un  concetto univoco. Racconta una vita normale che si staglia su uno sfondo animato da presenze inquietanti: “La verità della presenza mafiosa” scrive “era anche questa cosa assurda e terribile: una paura senza minacce”.

Un viaggio, come dicevo. Non per turisti, però: niente spiagge o strade imbellettate per la bella stagione. Le vostre guide, gente abituata ad osservare il mondo, vi porteranno dritti al cuore della questione, nei luoghi dove la verità si intravede anche se non sempre si lascia afferrare. Un viaggio alla fine del quale sentirete anche voi di fare parte di questa storia.

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